La pietra per gli occhi di Roberto Tiraboschi

La pietra per gli occhi di Roberto Tiraboschi

Affanno e ansia attanagliano un giovane monaco amanuense dello scriptorium di Bobbio, la pagina, su cui sta lavorando, non è più nitida, ma emerge come una “distesa limacciosa e grigia”. L’attività di trascrizione, l’unica ragione di vita per Edgardo, è minacciata da una progressiva perdita della vista. Ma c’è una speranza. Il suo compagno Ademaro, di ritorno al monastero da un lungo viaggio, lo rende partecipe di una notizia appresa a Venezia. Una soluzione c’era, una magica pietra, chiamata “pietra per gli occhi”, avrebbe fatto al caso suo e forse gli avrebbe potuto ridonare la vista. Perciò Edgardo si incammina insieme al suo amico e mentore, Ademaro, verso il Convento di San Giorgio, iniziando così una lunga ricerca, che lo porterà ad affrontare le sue paure più recondite e a confrontarsi con la sua vera identità.

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                                    Copertina del libro

Roberto Tiraboschi, l’autore del libro, ci offre un noir storico ambientato nella città lagunare più famosa al mondo, calandoci in un tempo, in cui Venezia era solo una larva che solamente dopo si sarebbe tramutata nella farfalla che noi tutti conosciamo. Nel XII secolo avremmo riconosciuto Venezia, come un insieme di isolotti di differenti dimensioni, circondati da acque fetide e malsane. L’ambiente, che si sarebbe palesato, sarebbe stato una palude, più che un ambiente idilliaco. Nell 1106 d.C. Venetia, seppur paludosa e non ancora sfavillante, era già famosa per l’abilità dei suoi vetrai, i fiolari capaci di forgiare manufatti di pregevole valore da un semplice forno.

immagine degli isolotti vicino a Venezia nel medioevo
La conformazione degli isolotti nella laguna veneziana

Edgardo si muove in questo contesto, gettato per la prima volta nel mondo reale, tastando la sofferenza e la miseria umana. La ricerca della “pietra per gli occhi” lo coinvolge in una serie di delitti misteriosi, infatti alcuni garzoni delle vetrerie sono rinvenuti morti con dei rubini al posto degli occhi. Nel contempo Edgardo si confronta con personaggi secondari ben caratterizzati, che lo aiuteranno o meno nella sua ricerca.

Sullo sfondo emerge una storia di amore e di riscatto. Kallis, una schiava seducente e allo stesso tempo pericolosa, mette in subbuglio la vita di Edgardo, facendo provare al giovane chierico un’esperienza mistica mai provata nel chiostro durante le preghiere. Il corpo della donna si discostava dall’immaginario culturale impartitogli, l’origine del male era in realtà la casa di Dio. Il rapporto affettivo instauratosi con Kallis è uno snodo fondamentale per la vita di Edgardo, dopo quest’incontro la propensione alla remissività e la paura lasceranno spazio ad un uomo nuovo, che metterà in discussione il suo ordine ideale del mondo. Così un nuovo Edgardo farà fronte a delitti orribili, lotte di potere e false amicizie. In quest’ultimo caso il suo orizzonte culturale verrà completamente capovolto. Infatti il suo amico Ademaro incarnerà un insensato oscurantismo, proibendogli la diffusione di un importante codice arabo, in cui era conservato una, seppur grezza, arte dell’ottica impiegabile proprio nella cura della vista di Edgardo. Ademaro è l’incarnazione letteraria della volontà di selezione e espunzione dal canone cristiano dei testi più sovversivi per il mondo culturale medievale, ad Edgardo dirà che “chi mette in discussione la sapienza dei nostri Padri è una minaccia per l’ordine sociale e politico”.

Ciò nonostante Edgardo riuscirà ad ottenere una sua “pietra per gli occhi”, superando le farraginose barriere culturali del suo tempo e maturando una consapevolezza della propria identità, seppur a caro prezzo. Il resto lo lascia al lettore, sperando che dopo questo mio breve commento al libro sia indotto a leggerlo. Mi preme sottolineare un’ultima cosa, va giustamente tributato all’autore il merito per la maestria nella ricostruzione storica di una Venezia medievale e nella descrizione dei termini dei fiolari.

1420-1797. Il Luogotenente di Udine e i poteri locali in Friuli

1420-1797. Il Luogotenente di Udine e i poteri locali in Friuli

Seppur sia veneto di nascita, ho amato il Friuli, in particolar modo Udine, tanto quanto le città venete. Durante la laurea triennale in Lettere, lì mi sono sentito a casa, come se fossi a Portogruaro. All’affinità elettiva per un luogo tranquillo e uggioso si aggiungeva la presenza immanente della cultura veneziana. Penso che ogni turista, che visiti il centro di Udine, rimanga estasiato di fronte a piazza della Libertà, alla loggia del Lionello e a via Mercatovecchio. Dopo questo primo momento lo stesso turista potrebbe domandarsi, se è incappato a Venezia o quanto meno in una città lagunare fatta a immagine e somiglianza della Dominante, ed è lecito che se lo chieda data l’onnipresenza degli elementi architettonici veneziani.

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Loggia del Lionello, in piazza della Libertà, a Udine. Nelle pareti marmoree ci sono alcune iscrizioni commemorativi dei luogotenenti più illustri

L’attuale centro utinensis ci lascia quantomeno un’istantanea di un legame, che nel passato è intercorso tra Venezia e Udine, e questo legame si instaura a partire dal 3 ottobre 1420, dopo la sconfitta definitiva dell’esercito imperiale a Pieve per il controllo del Friuli, come si è visto nel penultimo articolo intitolato Il pretesto della conquista veneziana del Friuli, la nomina di Ludovico di Teck a patriarca di Aquileia.

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Piazza della libertà a Udine

Nel 1420 Venezia subentra ai patriarchi aquileiesi nel controllo del territorio friulano, e invia un proprio rappresentante con una carica della durata minima di un anno e massima di sedici mesi, salvo proroghe. ll dominio veneziano sulla Patria del Friuli viene affidato a un patrizio, eletto dal Maggior Consiglio, qui chiamato Luogotenente, che, stando a Udine, esercitava con una capacità deliberativa, sottoposta all’approvazione del Senato, poteri normativi, esecutivi e giudiziari. L’autorità luogotenenziale non era assoluta, anzi era limitata da una parte dal centralismo del governo veneziano e, dall’altro, dalle prerogative legislative e non, detenute dai feudatari, dagli enti ecclesiastici e dalle comunità cittadine.

Il potere del Luogotenente è forte all’interno di un Parlamento ormai privato delle precedenti prerogative e in territori in cui la sua giurisdizione, in civile e in penale, è diretta e immediata. Questo istituto, decaduto con la conquista veneziana, nel febbraio 1423 viene convocato e ripristinato per la volontà del Senato veneziano di conservare le libertates et consuetudines del popolo friulano, saggiamente sottoposte all’ honor della Signoria.  Il parlamento d’età veneziana, composto a maggioranza da castellani, non è più un organo deliberante, quasi monopolistico come in età patriarcale. Il suo funzionamento è subordinato alle deliberazioni del Luogotenente che deve governare attraverso la mediazione tra le fazioni nobiliari, favorevoli o meno ai Savorgnan di Udine, principale alleato di Venezia nella conquista e successiva amministrazione del territorio del Friuli.  Nonostante una drastica riduzione del potere esercitato nel XIV, quest’istituto mantiene alcune prerogative importanti, come la facoltà di deliberare in cause tra nobili e comunità, e il più delle volte i luogotenenti friulani sono intimati con le lettere ducali di rispettare alla lettera le prerogative di dedizioni, tutelate proprio in Parlamento. Non a caso al primo Luogotenente friulano, come a tutti gli altri rettori delle terre di recente acquisizione, viene intimato l’obbligo di rispettare e osservare alla lettera le promesse e le concessioni fatte. Perciò il potere luogotenenziale è limitato dai singoli poteri locali in terra friulana, in quanto il suo potere deve rapportarsi alle prerogative messe per iscritto nei patti stipulati da Venezia con i singoli castellani.

L’autorità del Luogotenente in Patria non viene limitata solo dai poteri preesistenti e poi confermati, ma anche dalle magistrature della dominante e dai consigli cittadini. Venezia affianca il Luogotenente con un tesoriere, d’estrazione patrizia, incaricato di riscuotere le tasse curando gli interessi della Repubblica e un maresciallo, anch’egli di estrazione nobiliare preposto alla manutenzione e al mantenimento dell’ordine pubblico lungo le strade. Il maresciallo guida una guardia di pubblica sicurezza e ha sotto la sua giurisdizione le ville di San Martino di Codroipo, Roveredo di Varmo, Muscletto al di là del Tagliamento, Tesis, l’odierna Vivaro, e Vacile, l’attuale Sequals.

Lo stesso Luogotenente deve affrontare la tendenza autonomistica, rispetto alla luogotenenza di Udine, da parte di comunità cittadine, come Monfalcone o Portogruaro, guidate da podestà cittadini che sono dei rettori provenienti dalla nobiltà veneziana. Non a caso nel 1476 è necessaria una lettera ducale da parte del Senato per imporre al podestà di Portogruaro il rispetto della precedenza della magistratura luogotenenziale. Questa magistratura spesso viene evitata dai rettori in terraferma, che si relazionano direttamente al Collegio o al Consiglio dei Dieci, ignorando così gli ordini del Luogotenente.

In campo giudiziario i singoli giurisdicenti, precedentemente autorizzati, risolvono le cause civili di prima istanza, mentre spetta al Luogotenente risolvere le cause in criminalibus, facendo istruire i processi dal Giudice del Maleficio. In genere tutti gli appelli sono riservati al Luogotenente. Però molte giurisdizioni non sono vincolate a Venezia con un contratto feudo-vassallatico e godono del diritto d’appello, viceversa le giurisdizioni sottoposte al contratto feudo-vassallatico dovevano consentire che le loro sentenze fossero appellabili a Udine, dove l’appello spetta a Luogotenente. Quest’ultimo, in quanto rappresentante del potere veneziano, deve svolgere la funzione di arbitro, infatti spetta al tribunale del Luogotenente, secondo l’arbitrium veneziano, redimere i conflitti all’interno di un territorio fortemente diviso da reti di clientelismo fazionale. Il Friuli d’inizio sedicesimo secolo è composto da 816 comunità, chiamate ville, che sono divise da confini giurisdizionali. Il Luogotenente ha giurisdizione d’appello su 728 comunità e questo territorio del Luogotenente viene a sua volta parcellizzato con sottoinfeudazioni, dove per lo più signori feudali godono ognuno i propri privilegi e poteri. Le ville comuni, sottoposte direttamente al Luogotenente veneziano, sono molto poche negli anni ‘20 del Quattrocento e sempre meno in seguito arrivando poco oltre le 50 della metà del ‘500. Un avvocato fiscale friulano vissuto nella seconda metà del Settecento, Francesco Fistulario, ci lascia un’impietosa analisi del funzionamento della giustizia nei fori feudali in Friuli. A suo dire erano rimaste poche ville comuni non dipendenti da giurisdizione privata, il luogotenente comanderà ne comanderà 19 fra quelle censite. Quindi quelle poche ville, che erano sottoposte al Luogotenente a inizio Quattrocento, successivamente vengono infeudate soprattutto durante la guerra di Candia. In questa circostanza Venezia ha bisogno di una ingente liquidità economica per fronteggiare il nemico turco, perciò mette all’asta le giurisdizioni feudali friulani nel 1645 e nel 1647 per ricavarne soldi e il Friuli diventa così un territorio quasi o del tutto infeudato.

Dunque le giurisdizioni friulani erano per lo più castellane e le numerose giurisdizioni in Friuli, appartenenti o meno al Luogotenente, rendevano difficile il compito di dispensare o quanto meno garantire giustizia di fronte a un frazionamento politico-giuridico così vasto. I conflitti giurisdizionali tra le famiglie castellane non erano così frequenti durante il Quattrocento, ma lo saranno sempre di più successivamente, a tal punto da provocare l’insurrezione contadina del giovedì grasso del 1511, magistralmente descritta da Furio Bianco.

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Mappa Gullino dei feudi friulani in Friuli

Luogotenente generale della Patria del Friuli in Sistema Informativo degli Archivi di Stato.

G. Trebbi, Il Friuli dal 1420 al 1797. La storia politica e sociale, Udine.

P. Paschini, Storia del Friuli, Udine.

M. Peressin, La diocesi di Concordia-Pordenone nella Patria del Friuli, Concordia.

E. Muir, Il sangue s’infuria e ribolle. La vendetta nel Friuli del Rinascimento, Verona.

S. Zamperetti, La figura del Feudatario nella Repubblica di Venezia di fine ‘700. in Acta Histriae, 2007, vol. 15, 1.

L’ambiguità della politica veneziana e i conti di Gorizia

L’ambiguità della politica veneziana e i conti di Gorizia

Conquistato il Friuli lo Stato veneziano conferma nel territorio lo status quo ante, accettando i precedenti diritti giurisdizionali e il frazionismo delle numerosissime circoscrizioni. Almeno per tutto il Quattrocento la politica seguita da Venezia in terra friulana è all’insegna della prudentia. Viste le ampie prerogative di molti castellani, Venezia agisce con maggior prudenza non esautorando i poteri locali, come recentemente aveva fatto nelle altre terre venete relazionandosi sia con i signori che con i comuni. Nonostante ciò  il Senato veneto annulla la personalità politica del Friuli, infatti vengono meno i due organi istituzionali di governo del territorio, il Patriarcato di Aquileia e al Parlamento friulano. Inoltre quest’ultimo diventa una semplice provincia amministrativa del dominium, gestita da soli funzionari veneziani in collaborazione con i castellani locali.

Stemmi delle famiglie che costituivano il Parlamento del Friuli

Venezia deve fare i conti con l’impossibilità di estendere il proprio dominio su tutta la terra friulana. Dopo le terre del patriarcato aquileiese, che costituiscono la più importante isola giurisdizionale sottratta al Luogotenente di Udine a partire dal 1445, c’è un’altra situazione giuridicamente ambigua, che viene determinata nel 1420 dalla sconfitta del patriarca Ludovico di Teck.

Massima estensione del Patriarcato di Aquileia nel XIV secolo

All’interno del ducato patriarcale persistevano delle terre di antico dominio asburgico e goriziano, cioè quelle riguardanti il corpus separatum di Pordenone e il dominio dei Conti di Gorizia.

Questi ultimi sono dei feudatari austriaci degli Ottoni e vengono identificati nei discendenti diretti dei conti di Val Pusteria e Lurngau, pur essendo anche imparentati con la famiglia bavarese dei conti Ariboni. I Conti di Gorizia ereditano dal casato degli Eppenstein l’area del goriziano e progressivamente nel XII secolo cercano di strappare il territorio di Gorizia al Patriarcato. A inizio XV secolo i Conti di Gorizia posseggono un dominio, che si estende dall’Istria al Tirolo, dal Veneto all’attuale Slovenia. I conti di Gorizia sono così potenti, che nel 1415 il conte di Gorizia Enrico IV riceve dal re Sigismondo di Ungheria la solenne investitura dei feudi imperiali, comprendenti la contea di Gorizia con i suoi territori annessi, la contea Palatina in Carinzia e la contea di Heunburg, il tribunale di Flambro in Friuli.

 

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Stemma dei conti di Gorizia

 

All’inizio del XV secolo la contea di Gorizia comprende le terre di Latisana, di Precenicco, di Belgrado, e le terre lungo la Stradalta. Questi territori vengono occupati nel 1420 dalle truppe veneziane sotto la guida del capitano veneziano Filippo Arcelli. Il conte di Gorizia Enrico IV, che precedentemente si era schierato in favore della fazione imperiale e del patriarca Ludovico, si subordina immediatamente alla Serenissima, riconoscendo la conquista veneziana del Friuli e stipulando il 30 maggio un patto, in cui veniva stabilito che le sue giurisdizioni sarebbero state esenti dalla giurisdizione del Luogotenente di Udine. Nel frattempo all’interno della politica friulana, post 1420, fatta di equilibrio e attesa di soluzioni definitive, Venezia impone a Enrico IV di ricevere la solenne investitura dal doge. L’investitura viene formalizzata con la cerimonia in piazza San Marco a Venezia il 1 novembre 1424, l’atto non è altro che la conferma veneziana dei feudi già in possesso del conte di Gorizia.

L’atto di investitura del 1 novembre 1424 non specificava quali fossero i feudi fino a quel momento riconosciuti dal patriarca e ora riconfermati dal doge Francesco Foscari. Così il conte di Gorizia ha un ampio spazio per le rivendicazioni giurisdizionali all’interno del dominum veneziano, dato che esercita un potere, sul proprio territorio, legittimato da diverse fonti. Infatti possiede alcuni feudi, concessogli nel 1415 dall’Imperatore Sigismondo, e territori signorili, come Latisana, in cui ha imposto la propria signoria locale senza alcun atto di investitura.

In questa situazione è difficile per le autorità veneziane controllare il territorio del conte di Gorizia, fin da subito si palesa il problema di un’antica dualità giurisdizionale. Già nel 1428 l’autorità luogotenenziale viene contestata e gli viene negata la facoltà di ricercare i criminali rifugiati nei territori goriziani. In effetti il conte gode per diritto di un’autonomia giudiziaria nella contea, e la stessa sentenza dei giureconsulti interpellati afferma questo diritto. Infatti i conti di Gorizia esercitavano la propria giurisdizione, come era loro consuetudine, nelle terre a sinistra dell’Isonzo, su queste ultime dunque il Luogotenente non poteva esercitare il suo potere.

C’è un altro elemento che complica il controllo veneziano del Friuli in relazione ai territori del conte di Gorizia, ovvero il legame politico-dinastico tra i conti goriziani e la casata degli Asburgo, sancito sin dal 1361 da un patto di reciproca successione tra le due dinastie. Nello stesso anno, in cui il conte riceve l’investitura dogale per i propri feudi, i duchi d’Austria nominano Enrico IV capitano della Carniola. L’antico patto di fratellanza fra le due casate viene rinsaldato nel 1474 e nel 1497 il conte Leonardo cede ai conti d’Austria alcuni territori e diritti su Gradisca e Latisana, nonostante questi stessi territori fossero inglobati all’interno del dominium.

La conferma delle consuetudini e degli ordinamenti locali da un lato, e la riconferma delle prerogative giurisdizionali dei singoli castellani dall’altro inducono la strutturazione di un quadro molto complesso, soprattutto a livello giuridico. Le numerose e differenti giurisdizioni, soprattutto se appartenenti a feudatari potenti come i Conti di Gorizia, comportano, come ricorda Ser Francesco Sanudo nel 1502, tutti i mali della Patria del Friuli.

G. Trebbi, Il Friuli dal 1420 al 1797. La storia politica e sociale.

Da Dal 1001 al 1500 – La grande contea di Gorizia in Gorizia turismo, http://www3.comune.gorizia.it/turismo/it/dal-1001-al-1500-la-grande-contea-di-gorizia.

V. Dreosto, Autonomia e sottomissione in Friuli. Gestione dei poteri e dualismo politico dal sec. VI al trattato del 1756.

Il pretesto della conquista veneziana del Friuli, la nomina di Ludovico di Teck a patriarca di Aquileia

Il pretesto della conquista veneziana del Friuli, la nomina di Ludovico di Teck a patriarca di Aquileia
Formazione del dominio di terraferma veneziano (sec. XIV-XV).jpg
Formazione del dominio di terraferma veneziano con riferimento al Friuli quattrocentesco (sec. XIV-XV

In un Friuli dilaniato da lotte intestine tra le fazioni del Parlamento, la nomina a patriarca di Antonio Panciera da Portogruaro (1402-1411), favorevole alla casata dei Savorgnan di Udine, diventa un valido pretesto, usato dalla città di Cividale e da altri feudatari, per rinfocolare i dissidi interni in merito la restituzione di Tolmino a Cividale e allearsi con il conte Federico di Ortenburg, autorevole signore delle Alpi orientali e potente alleato del re d’Ungheria Sigismondo di Lussemburgo. Panciera deve affrontare il problema della formazione di due fazioni castellane contrapposte, quelli dei citra Tulmentum e quelli degli ultra Tulmentum. Nel frattempo le fazioni castellane si scontrano e quindi le possibilità di sicurezza delle vie di traffico vengono ridotte, perciò Venezia decide di intervenire patteggiando con ogni singola famiglia friulana.

Sigismondo di Lussemburgo, ritratto di Albrecht Dürer

All’interno della disputa sulla nomina del patriarca Panciera subentra proprio Sigismondo di Lussemburgo, nel frattempo divenuto re dei Romani nel 1410, che induce papa Giovanni XXIII, considerato in futuro un antipapa, a promuovere la nomina a cardinale di Panciera in cambio dell’abbandono del patriarcato. Nonostante l’insuccesso della guerra di Chioggia, avvenuta tra 1378 e 1381, Sigismondo ha una seconda occasione per estendere il suo potere in Friuli e designa, come patriarca, un suo fedele servitore di origine tedesca e parente del conte Federico di Ortenburg, Ludovico di Teck. La nomina a patriarca di Ludovico di Teck si inserisce in un contesto di guerra locale, iniziata dal 1409, che vede contrapporsi da un lato il patriarca Panciera, appoggiato da Udine e i Savorgnan, e dall’altro i Cividalesi appoggiati da forze interne ed esterne, come il conte di Ortenburg che era entrato in Friuli in qualità di vicario imperiale.

L’elezione al soglio patriarcale di Ludovico di Teck viene vista negativamente da Venezia in quanto il patriarca era un tedesco e avrebbe potuto porre le premesse per un’invasione imperiale, dal canto suo Venezia aveva fatto il possibile, anche in contatto con i Savorgnan, per scegliere un candidato italiano a lei favorevole e così salvaguardare una zona nevralgica per i traffici e per la difesa da possibili dilagamenti imperiali, ma ciò non accadde.

Pippo Spano nel pantheon di Seghedino

Nel 1411 avviene la tanto temuta invasione del Friuli, Sigismondo dilata il precedente conflitto friulano, rivendicando a seconda del titolo di imperatore o di re d’Ungheria numerosi territori controllati direttamente o meno da Venezia, e si avvale del condottiero fiorentino Pippo Spano per guidare le sue truppe ungheresi. Grazie agli iniziali successi Sigismondo conquista quasi tutta la Patria, Venezia reagisce in ritardo occupando una parte del Friuli con un esercito, prima sotto la guida del capitano generale Carlo Malatesta, e poi sotto quella del fratello Pandolfo Malatesta. Alla fine del Trecento la guerra terrestre passa nelle mani di specialisti mercenari ben armati. Venezia, sulla scia degli altri stati italiani, assolda i capitani mercenari che stipulano con un dato stato la condotta, un contratto che garantisce al condottiero il compenso per i servigi e per il reclutamento dei soldati. Inizialmente lo Stato veneziano ingaggia i mercenari per un breve lasso di tempo, poi, dopo la caduta della Signoria dei Carraresi a Padova nel novembre 1405, opta per la formazione di un embrionale esercito permanente a difesa dei territori di Terraferma. Ciò nonostante Venezia rimaneva dipendente, in caso d’emergenza come per l’invasione ungherese del 1411, da condottieri come gli Estensi, i Gonzaga e i Malatesta. Proprio nel caso dell’invasione ungherese l’esercito permanente è inadeguato ad opporre una resistenza al dilagamento in Friuli delle truppe ungheresi, e Venezia ricorre alla leva di mercenari in tutta Italia e a compagnie guidate da condottieri.

Tra alterne vicende Sigismondo e Venezia giungono ad un accordo, una tregua quinquennale cercata soprattutto da Sigismondo, impegnato a risolvere problemi riguardanti l’intero continente europeo: lo Scisma della Chiesa, le idee eretiche del riformatore religioso boemo Jan Hus e la nuova minaccia turca. Venezia ormai decisa all’annessione del Friuli riprende la guerra alla fine del 1418, inviando in Friuli il celebre capitano Filippo Arcelli, e conquista il territorio friulano nel 1420.

Terminata la guerra con la resa di Pieve del 3 ottobre 1420, Venezia raggiunge i due principali scopi della sua politica in Friuli, assicurandosi la libertà di tutti i passi che consentivano il passaggio delle merci veneziane in Germania e garantendo la propria sicurezza politico-militare con un ampio retroterra.

G. Trebbi, Il Friuli dal 1420 al 1797. La storia politica e sociale, Udine, Casamassima, 1998, pp. 8-16.

M. Peressin, La diocesi di Concordia-Pordenone nella Patria del Friuli, Vicenza, Edizioni L.I.E.F., 1980, p. 363.

L’ignicoltura alla base dell’agricoltura

   L’uomo, nella più antica epoca preistorica, svolge funzioni di caccia e raccolta, e si limita all’utilizzo del fuoco per ‘abbruciare’ la terra in un’area prescelta di bosco o boscaglia, formando una ampia radura dove si possono raccogliere graminacee spontanee, come i cereali selvatici nel Vicino Oriente, far pascolare in modo itinerante il bestiame e cacciare selvaggina. Questa tecnica, che non prevede la semina, si è protratta per centinaia di millenni e permette di sviluppare un’agricoltura di tipo embrionale, applicabile in ambienti con climi in genere aridi e a basso tasso di densità di popolazione.

   L’ultima età della preistoria, in cui si compie la rivoluzione neolitica, è preceduta da un periodo in cui l’uomo fa uso del fuoco attraverso una particolare tecnica che si è affinata durante i millenni e che ha permesso di introdurre l’agricoltura in Asia, Europa e America centrale dopo aver liberato terreni fitti di vegetazione, ovvero il ‘taglia e brucia’, che consiste nell’incendiare la vegetazione di un tratto di foresta in particolari periodi prescelti, in modo da sfruttare le distese di radure per l’agricoltura.

   Normalmente il processo del ‘taglia e brucia’ è scandito da diverse fasi. Inizialmente si sceglie un’area di bosco, viene sfoltito il sottobosco e vengono tagliati gli arbusti in coincidenza con la stagione secca, infine pochi mesi più tardi viene appiccato il fuoco al legname e alla vegetazione secca. Trasformando in questo modo la biomassa in cenere, si reca beneficio al suolo attraverso nutrienti come il potassio e il fosforo. L’operazione d’incendio deve essere organizzata tenendo conto delle condizioni ambientali di un dato tratto di foresta e consente di eliminare per un breve lasso di tempo la maggioranza degli agenti patogeni e delle piante infestanti. Dopo il disboscamento il terreno viene lavorato con attrezzi rudimentali, come il bastone da scavo, la vanga e la zappa, e poi viene seminato. In seguito allo sfruttamento di una data area per un breve periodo, l’uomo si sposta e lascia che venga ricolonizzata dalla vegetazione.

    La tecnica del ‘taglia e brucia’ nasce dall’esigenza dei primi agricoltori che, resisi conto che lo sfruttamento di un terreno coltivato, a seguito dei successivi raccolti, procura una resa nettamente inferiore rispetto a quella precedente, scelgono di trovare nuove aree da coltivare. Per questo, il terreno ormai poco produttivo viene abbandonato in modo che possa rigenerarsi, e si procede all’abbattimento di zone boschive per coltivare nuovi appezzamenti ad alto tasso di fertilità.

    L’agricoltura di questo periodo è di tipo itinerante, l’uomo si avvale dell’unico strumento che ha disposizione per trasformare l’ambiente circostante coperto quasi interamente da vegetazione forestale. Infatti secondo l’archeologo J. G. D Clark, dopo l’ultima glaciazione, una densa foresta si era diffusa a macchia d’olio nell’Europa centrale e settentrionale. Di conseguenza, il pianeta terra era ricoperto da una fitta fascia di boschi, che è stata in seguito abbattuta per far spazio ai pascoli e ai campi, e le trasformazioni dell’ambiente erano subordinate a un’economia di caccia. Gli uomini continuavano a praticare la caccia proprio con questo mezzo. Non a caso Gouldsblom richiama alla memoria le pianure del Nord America, ampi spazi aperti, dove cacciare bufali e altri erbivori al pascolo, plasmati dai cacciatori indiani attraverso l’incendio di sottoboschi. Piero Bevilacqua, nel suo Demetra e Clio, Uomini e ambienti nella storia, esprime un giudizio negativo sull’utilizzo sproporzionato del fuoco da parte dei primi ominidi. In modo sconsiderato «venivano distrutti sconfinati habitat di mondo vivente, depositi sterminati di biomassa, patrimoni sconosciuti del mondo animale e vegetale» per ridurre al minimo il lavoro umano e ottenere il massimo profitto. Proprio grazie al ‘taglia e brucia’ l’uomo assume una fondamentale tecnologia di trasformazione dell’habitat naturale, potenzialmente distruttrice per il suo avvenire se usata in modo sconsiderato. Non rispettando le diverse forme di sostenibilità di produzione e consumo si rischia, oltre a una deforestazione massiccia, la perdita dell’habitat e delle specie, il cambiamento climatico e l’erosione del suolo.

   Fino a poco tempo fa, in Finlandia e Russia, dove si sono conservate tradizioni ignicole, era usato lo slash and burn. Le popolazioni aborigene contemporanee ne fanno ricorso ancora ad oggi soprattutto in zone del pianeta caratterizzate da un’agricoltura di sussistenza, come il Brasile, l’Africa centro orientale e l’Indonesia dove sono presenti foreste pluviali sempreverdi.

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Figura 1: ‘Taglia e brucia’ nell’età contemporanea

   Tale tecnica di coltivazione gode di una fortuna imperitura, non a caso Gaetano Forni parla di «plurimillenario strumento coltivatorio»; egli, nelle sue ricerche, ha rilevato come i nomi di due importanti paesi europei, in questo caso Svizzera e Svezia, testimoniano, nelle loro radici linguistiche, un importante relitto glottologico relativo all’uso del fuoco. Schweiz (Svizzera) e Schweden (Svezia) sono due termini che, semanticamente, corrispondono all’italiano fratta, dal latino frango, cioè bosco “rotto”, “fratto”, con il fuoco, per potervi svolgere attività di coltivazione.

    L’antichissima tecnica del ‘taglia e brucia’ è stata studiata dallo storico Emilio Sereni, che ha sottolineato l’essenzialità di questo strumento. Nel testo Terra nuova e buoi rossi, riportando la leggenda raccontatagli da un boscaiolo calabrese, che si può ricondurre al poema sanscrito Rigveda del III millennio a. C, Sereni ha descritto questa tecnica attraverso il consiglio dato dal mago Salomone ad un contadino disperato a causa dei continui cattivi raccolti. Per risolvere il suo cruccio, Salomone lo ammonisce: «Per te, figlio mio, ci vogliono terra nuova e buoi rossi». Per avere un buon raccolto, il contadino non deve far altro che liberare il suolo grazie ai buoi rossi, che non sono gli animali da aratro, ma le fiamme vive del fuoco, che liberano il suolo dagli arbusti e dalle erbe infestanti, rendendolo idoneo alla semina.

    Inoltre, le potenzialità dell’ignicoltura sono state rilevate da alcuni studiosi dell’ambiente, in particolare in America e Australia, che hanno dimostrato che i semi di molte piante hanno bisogno di fumo o calore per germinare e rigenerarsi. Le campagne favorevoli all’uso del fuoco coinvolgono tuttora il Cile e il sud Africa, in quanto questo elemento è percepito dalla comunità come uno strumento atto alla selezione di tipi particolari di vegetazione, che non si potrebbero riprodurre senza l’utilizzo del fuoco. Non a caso Elena Razzoli afferma che «il fuoco è da centinaia di millenni un mezzo per fertilizzare il suolo, oltre che per ripulirlo e disboscarlo».

 

Nota bibliografica:

Bevilacqua P., Demetra e Clio, Uomini e ambienti nella storia, Roma, Donzelli editore, 2001.

Forni G., Fuoco e agricoltura dalla preistoria ad oggi. Storia e antropologia di un plurimillenario strumento di lavoro, in “Rivista di Storia dell’Agricoltura”, a. LI, N.2, dicembre 2011.

Gouldsblom J., Fuoco e civiltà: dalla preistoria ad oggi, Roma, Donzelli, 1996.

Razzoli E., Fuochi nascosti in esperienze remote e nell’immaginario umano, tra natura e cultura in «I quaderni del ramo d’oro on-line», n. 4 (2011), pp. 78-99 su: http://www.qro.unisi.it/frontend/sites/default/files/Fuochi_nascosti.pdf.

 

 

 

Portogruaro prima dell’avvento del Leone di San Marco

 

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Stemma del Comune di Portogruaro

Portogruaro è una città appartenente all’attuale Veneto orientale, che sorge lungo le sponde del fiume Lemene ed è stata uno snodo importante per i traffici con la Germania. La sua origine risale al Medioevo, ma la data di fondazione è dubbia anche se non si può congetturare sul legame con il vescovado di Concordia. La prima notizia pervenutaci in merito a Portogruaro risale al 986 d.C. e riguarda la donazione di un appezzamento di terra da parte del vescovo di Concordia, Gervino, ad alcuni mercanti e contadini. Quindi la città appartiene fin da subito al vescovo di Concordia, che riceve la concessione della giurisdizione civile da parte dell’imperatore Ottone III, e rimarrà sotto la sua giurisdizione fino al 1420, anno in cui Venezia accetta la dedizione della comunità portogruarese. Dopo aver ricevuto la giurisdizione civile, i vescovi impongono un pedaggio sull’intero commercio navale che, passando per il fiume Lemene, affluiva fino a Portogruaro, dove la tassa era riscossa al portus. Fin da subito i vassalli del vescovo di Concordia si servono del castello, ora scomparso, per controllare il traffico e provvedere alle esazioni.

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Secondo molti storici locali i Mulini di S.Andrea, di fronte la piazza della Pescheria, potrebbero coincidere con l’antico porto della città

Dopo poco tempo la città di Portogruaro si sviluppa e acquisisce più prestigio, rispetto a Concordia, grazie ai traffici commerciali per via fluviale. Lo stesso vescovo di Concordia, visti i lauti incassi ottenuti con mute e pedaggi, investe molto su Portogruaro, rendendola una città prosperosa. Divenuta una fiorente città a livello economico Portogruaro è oggetto delle mire di numerosi pretendenti. Tra il XII e il XIV secolo la città è guidata in alcuni momenti dal patriarca di Aquileia, come nel 1274, o da un feudatario del patriarca, come nel 1307. Le capita pure di finire nelle mani dei Carraresi di Padova, infatti, nel 1385, Rizzardo di Valvason, nominato custode di Portogruaro dal Patriarca, consegna il feudo di Portogruaro, concessogli dal patriarca, a Francesco di Carrara, signore di Padova, intenzionato a espandere i suoi domini nel nord-est. In certi momenti la proprietà e la giurisdizione di Portogruaro spetta persino a tre padroni diversi: il patriarca, il vescovo ed il custode del patriarca. In un tale caos politico-amministrativo perlomeno la comunità di Portogruaro gode della voce in Parlamento, cioè della rappresentanza politica della città all’interno del Parlamento friulano.

Questo stato di cose viene meno solo con il passaggio di Portogruaro alla Dominante. Sotto il nuovo dominio veneziano la città rifiorisce, affermandosi come centro cosmopolitico del commercio con l’Austria e luogo di soggiorno per molti fra i nobili veneti, a tal punto dall’essere immaginata dagli stessi abitanti, secondo il Nievo, come «una specie di isola ipotetica, costruita ad immagine della Serenissima dominante».

Bibliografia:

Nievo. Le confessioni di un italiano, Milano, Giunti Editore, 2010, p. 216.

M. Peressin, La diocesi di Concordia-Pordenone nella Patria del Friuli, Vicenza, Edizioni L.I.E.F., 1980.

 

La banca e il ghetto: Una storia italiana di egemonizzazione finanziaria e religiosa

La banca e il ghetto: Una storia italiana di egemonizzazione finanziaria e religiosa

Qual è il legame tra la fondazione delle banche moderne e i ghetti ebraici?. Il Professor Giacomo Todeschini, docente di ruolo di Storia dell’Economia Medievale all’università di Trieste, ce lo spiega nel suo nuovo libro, edito per i tipi della Laterza.

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In sovraccoperta: Particolare della decorazione di una biccherna del 1451. Siena, Archivio di Stato.

Generalmente in Italia chi si occupa di Storia economica, di storia della banca,  non si occupa di storia ebraica se non di striscio, quando si parla della storia della banca si racconta in modo semplicistico che i monti di pietà sono stati fondati alla fine del Quattrocento per contrastare il prestito a interesse ebraico presente nelle città italiane.

Questa vulgata viene messa in discussione dalla tesi del Professor Todeschini, che evidenzia  il forte legame che intercorre tra la nascita di un nuovo modello finanziario, qual è la banca, e il ghetto ebraico. Siamo quindi di fronte un’unica realtà, in cui i primi ghetti dal 1515, in primis quello veneziano, vengono creati nelle più importanti città italiane e nello stesso periodo i monti di pietà vengono trasformati dalle oligarchie cristiane in banche pubbliche. Forse che questa relazione è frutto di una coincidenza casuale? no, anzi.

Durante il ‘300/’400 le città cristiane italiane invitano gli ebrei a fondare i banchi di prestito, motivando questo accordo con la necessità di denaro liquido che dovrebbe essere soddisfatto dal prestito ebraico. Nello stesso periodo anche nel mondo cristiano venivano esercitate attività finanziarie soprattutto da parte delle grandi famiglie di banchieri e mercanti, come quella dei de’Medici, rivolte prevalentemente all’alta finanza. In un certo modo gli ebrei sono invitati a gestire il prestito a interesse rivolto alle fasce più basse delle città, data l’impossibilità di farsi carico del bisogno di credito delle classi medio-basse da parte delle oligarchie cittadine. Questo rapporto, in cui la finanza medio-bassa viene delegata a dei forestieri, perdura in modo pacifico dall’inizio del Trecento fino alla metà del Quattrocento.

La crisi del rapporto ebraico-cristiano nasce a partire dai cicli di predicazioni francescani anti-ebraici? o da un astio anti-ebraico che si stava accrescendo in modo generico?. Non solo per queste motivazioni, infatti gli stati regionali italiani vivono la presenza ebraica con una certa difficoltà nel momento in cui le politiche economiche delle città cambiano. A partire dal ‘4o0 i governi cittadini avvertono sempre di più l’esigenza di controllare meglio la sfera economica, ovvero la finanza. Quindi la presenza ebraica viene percepita con maggiore fastidio visto che è formata da soggetti, senza diritto di cittadinanza o con una cittadinanza a termine, su cui i governanti non potevano fare molto affidamento. Questa presenza viene destabilizzata e marginalizzata a livello finanziario attraverso prese di posizioni anti-ebraiche dai consigli cittadini, come quelle di Siena che affermano la necessità della formazione di una banca pubblica.

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Usurai

Nel momento in cui vengono fondati i Monti di pietà viene messo in discussione il prestito ebraico, non quello cristiano.Questa nuova organizzazione, interamente in mano ai cristiani e sponsorizzata dai francescani, si configura come una cassa di risparmio, voluta dal potere politico e diretta verso  le fasce più basse della popolazione finanziata da capitali pubblici.

Questa trasformazione economica viene accelerata e legittimata da una bolla pontificia del 1515. Mentre dal 1516 si forma l’istituzione dei ghetti, dove le attività economiche degli ebrei continuano ad esistere all’interno di un’organizzazione cittadina, però sono contrassegnate in modo nuovo attraverso la segregazione del ghetto e un nuovo significato politico. Dunque il ghetto è servito in Italia per qualificare l’attività economica-ebraica e anche la presenza sociale ebraica come presenza sociale subalterna, segnalando in modo specifico l’inferiorità politica degli ebrei.

Dunque la proposta del libro è di riconsiderare la relazione ebraico-cristiana e la nascita dei ghetti alla fine del Medioevo e all’inizio dell’età moderna, come una relazione che viene messa in crisi e trasformata per ragioni politiche perché il sistema dei poteri governativi cristiani a un certo punto vuole assumere il controllo dell’organizzazione economica, facendo delle transizione economiche e della banca un’estensione del sistema governativo.Quindi il Professor Todeschini opera un rovesciamento dell’ottica consueta di fronte questo tema: L’antigiudaismo e certe forme di antisemitismo si precisano e si sviluppano di fronte trasformazioni politiche, che riorganizzano le transizioni economiche in cui gli ebrei decadono da agenti delle città a rappresentanti di un’economia subalterna al servizio dei cristiani più poveri. Solo da questo momento in poi , tra ‘400-‘500,  nasceranno stereotipi moderni degli ebrei, come quello dell’ebreo usuraio.

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Banchiere ebreo, cartolina russa.